Alle origini dell’umanità: l’homo naledi

l'homo naledi

porterebbe agli albori dell’Età della pietra la nuova specie di ominidi venuta alla luce in una grotta a cinquanta chilometri di Johannesburg, in Sudafrica, una delle città subsahariane più popolose. Presenta caratteristiche scimmiesche e parti molto simili all’Homo sapiens. Si tratta di una scoperta ritenuta molto importante, addirittura eccezionale: 1.500 reperti fossili di almeno 15 individui tutti appartenenti a una specie finora sconosciuta denominata Homo naledi. L’elevato numero di ossa, che costituisce il primo ritrovamento per entità mai registrato fino ad ora, e la possibilità di rinvenirne di ulteriori, permetteranno di studiare questo antenato dell’uomo come mai era successo per altre specie. Il notevole numero di reperti consentirà ai paleontologi di studiare l’evoluzione di singoli individui, dai bambini agli anziani, oltre che di comprendere le differenze tra maschi e femmine, le abitudini alimentari e molti altri aspetti. Tra il gorilla e Monto sapiens I reperti hanno permesso di riscostruire, virtualmente, un ominide con caratteristiche primitive e, allo stesso tempo, moderne.

L’Homo naledi è alto circa un metro mezzo, è piuttosto snello, ha un cervello minuscolo, grande più o meno quanto un’arancia, ma probabilmente seppelliva già i suoi morti, questo ben prima dell’Homo sapiens. I vari sedimenti ritrovati nella Dinaledi chamber, la grotta appartenente al complesso denominato Rising Star, non sono sufficienti a datare le ossa. Secondo gli studiosi, però, questa Specie umana potrebbe essere esistita tra i due milioni e mezzo e i due milioni di anni fa. I reperti erano in una cavità accessibile solo attraverso un pozzo molto stretto. Per recuperarli è stato necessario arruolare un team di speleologi e ricercatori esperti abbastanza magri da poter entrare nella cavità, nella quale si sono dovuti introdurre addirittura con le braccia alzate sopra la testa. In particolare, la scoperta dell’Homo naledi deve molto al lavoro di un team di sei donne esperte in paleontologia e archeologia, selezionate da Lee Berger, dell’università di Witwatersrand. Nell’annuncio per la costituzione del team, pubblicato nell’ottobre 2013 dallo stesso Berger su Facebook, si richiedeva scavatori esperti disposti a mollare tutto e volare in Sudafrica entro il mese: “Le persone ricercate devono essere magre e preferibilmente di piccola statura, devono essere in forma, con una certa esperienza in speleologia, meglio se anche con esperienza in arrampicata.
L’area del ritrovamento era nota ai ricercatori già dai primi decenni del Novecento come possibile “culla dell’umanità’; vista la quantità di fossili e reperti rinvenuti essere claustrofobiche”. Il tutto considerando che avrebbero dovuto infilarsi in strettoie larghe anche meno di venti centimetri. Su sessanta persone candidate, tutte qualificate, ne sono state selezionate sei: Marina Elliott, Elen Feuerriegel, K. Lindsay Eaves, Mia Gurtov, Hannah Morris e Becca Peixotto.

Ritrovamento inaspettato

Il lavoro svolto dagli studiosi di paleontologia mette in evidenza come l’Homo naledi abbia un cervello molto più piccolo rispetto alle altre. specie di Homo. Ciò lo rende più simile a un gorilla che a una specie umana. Le piccole dimensioni del bacino e delle spalle, oltre ai denti minuti, alle gambe lunghe e alla struttura dei piedi, lo avvicinano però notevolmente all’uomo moderno. A proposito del ritrovamento, Lee Berger, autore della ricerca pubblicata su Elife, ha dichiarato tutto il suo entusiasmo: “Abbiamo scoperto qualcosa che non mi sarei mai aspettato di vedere nella mia vita. Il ritrovamento è di enorme interesse poiché dimostra ancora una volta che la natura sperimentò diverse strade evolutive, una delle quali avrebbe portato all’Homo sapiens”.
Una scoperta nella scoperta L’elemento che ha maggiormente sorpreso i ricercatori consiste nel fatto che i corpi si trovino in fondo alla grotta, dove sono stati scoperti, per un’azione volontaria, una specie di vera e propria sepoltura. “Una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d’acqua, e altri ancora. Alla fine, l’ipotesi più plausibile è che gli Homo naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti”, sottolinea Lee Berger, lasciando intendere che fossero dediti alla sepoltura. “Ciò sarebbe molto sorprendente – aggiunge Berger – poiché significherebbe che gli ominidi fossero capaci di comportamenti rituali e di pensiero simbolico, elemento che si ipotizzava poter essere associato solo con l’Homo sapiens e il Neanderthal”.

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