Frankenstein compie 200 anni

Vedevo, a occhi chiusi ma con la mente ben desta, lo studioso di una scienza sacrilega, pallido, inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme. Vedevo l’orrida forma di un uomo disteso, poi una macchina potente entrava in azione, il cadavere mostrava segni di vita e si sollevava con movimento difficoltoso, solo parzialmente vitale». Così nel 1816 una giovane donna descrive l’incubo sulla base del quale avrebbe composto quella che molti considerano la prima vera opera di fantascienza. Si chiamava Mary Godwin Wollstonecraft e il suo libro, Frankenstein o il moderno Pimneteo, fu uno degli attacchi più espliciti alle devianze della scienza che siano mai stati scritti.

In un’estate senza sole

Appena diciannovenne, Mary aveva inventato la storia del dottor Frankenstein mentre si trovava in vacanza a Villa Diodati, sul lago di Ginevra in Svizzera, con alcuni amici, fra i quali il suo amante e futuro marito Percy Bysshe Shelley, Lord Byron e il medico John Polidori. Quell’anno il clima era inclemente. L’eruzione di ben due vulcani, il Soufrière nei Caraibi e il Mayon nelle Filippine, aveva tinto di grigio tutti i cieli d’Europa, provocando piogge costanti. Chiusi in casa, gli amici si annoiavano, così Byron suggerì che ciascuno scrivesse un racconto dell’orrore da leggere poi agli altri. Shelley compose un’opera breve intitolata The Assassins, Byron scrisse il racconto The buri (24 Polidori creò un personaggio affascinante e misterioso nel romanzo breve The vampira Mary invece raccontò la storia di ‘Victor Frankenstein, giovane scienziato ginevrino che, mosso dall’ardore della ricerca scientifica, trova il modo di creare la vita e costruisce un essere umano con pezzi di cadaveri. Alla fine, sconvolto dalla mostruosità di ciò che ha fatto, respinge la sua orribile creatura. Essa fugge animata da un desiderio di vendetta che la porta a macchiarsi di tremendi delitti. Dopo averla invano inseguita fin tra i ghiacci polari, lo stesso Frankenstein muore di sfinimento. Il mostro allora, desideroso solo di porre fine alla sua “non vita”, decide di darsi fuoco, in modo che nessuno possa capire dai suoi resti come creare un altro essere come lui.

No all’arroganza della scienza

Questa tragica storia, che fu pubblicata anonima nel 1818 ed ebbe un enorme successo, riflette le inquietudini suscitate nella giovane autrice dalle teorie in voga in quegli anni sulla possibile esistenza di una “forza vitale” elettrica che permea tutti i corpi: un concetto che metteva in discussione il confine tra la vita e la morte e suscitava attrazione e repulsione al tempo stesso. Frankenstein “distilla” in modo fantastico queste idee controverse prese in seria considerazione anche nei centri di ricerca europei del tempo, mettendo in luce il pericolo dell’ingerenza della scienza nella natura. A essere messe in discussione, infatti, non è solo la creazione della vita stessa, ma le scelte morali che alcuni traguardi scientifici comportano. Nel romanzo, ancora più importante è l’avvertimento sulle implicazioni connesse agli imprevedibili sviluppi tecnologici della scienza. Anche se non siamo ancora capaci di resuscitare un corpo morto, le recenti ricerche di biochimica e ingegneria genetica fanno intravedere inquietanti possibilità di manipolare la natura.

Le ricerche su intelligenza artificiale, modificazioni genetiche e creazione di forme di vita artificiali stanno compiendo passi da gigante. Sembra quasi che Mary Shelley avesse intuito ciò che potrebbe succedere nel futuro dando prova di capacità di preveggenza. Il suo messaggio è chiaro: uno sviluppo scientifico moralmente irresponsabile può generare un mostro capace di sfuggire al suo creatore e distruggere la civiltà umana. «Ricorda che io ho il potere», dichiara a Frankenstein la creatura. «Posso renderti tanto disgraziato che la luce del giorno ti sarebbe odiosa. Tu sei il mio creatore, ma io sono il tuo capo…».

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