I supervulcani nel mondo

I supervulcani nel mondo

Soltanto un anno per prepararci al peggio. È il poco tempo che avremo a disposizione dal momento in cui saranno visibili i primi segni dell’eruzione di un supervulcano: un evento catastrofico in grado di modificare radicalmente un territorio per centinaia di chilometri e condizionare in modo drammatico il clima a livello mondiale. Lo rivela uno studio appena realizzato da Guilherme Gualda della Vanderbilt University e Stephen Sutton dell’Università di Chicago.

L’analisi microscopica dei cristalli di quarzo estratti da un sito interessato da una violenta eruzione avvenuta 760.000 anni fa in California ha portato i due ricercatori a concludere che i segnali premonitori saranno ben pochi e che la fase finale che precede l’esplosione di un supervulcano si consumerà in breve tempo. Nonostante il nome, i supervulcani non somigliano affatto ai loro cugini, i vulcani che tutti conosciamo. Nel mondo ce ne sono una decina. Sono enormi camere magmatiche incandescenti annidate nel sottosuolo, al momento dormienti, che rivelano la loro presenza solo attraverso un’attività secondaria rappresentata da geyser, fumarole e sorgenti termali.

Il mostro dormiente italiano

Anche il nostro Paese ne ha uno. A poca distanza dalle pendici del Vesuvio, sotto rilievi collinari non più alti di 460 metri sul livello del mare, si trova un gigante addormentato. È l’area dei Campi Flegrei, una grande caldera in stato di quiescenza, estesa per circa 230 chilometri quadrati e con un diametro di 12-16, i cui limiti sono dati dalla collina di Posillipo, dalla collina dei Camaldoli, dai rilievi settentrionali del cratere di Quarto, dalla collina di Sanseverino, dall’acropoli di Cuma e dal Monte di Procida.

In questo circuito si trovano numerosi crateri e decine di piccoli edifici vulcanici alimentati da una camera magmatica sotterranea situata alla profondità di oltre 3.000-4.000 metri e con un raggio di 2-3 km. Nei passati millenni i Campi Flegrei hanno prodotto eruzioni di dimensioni ciclopiche, come quella di 39.000 anni fa, in cui si calcola che il materiale vulcanico espulso abbia avuto un volume di 150-160 km cubi e che la diffusione di ceneri sia arrivata fino alla lontana Siberia. Secondo una controversa teoria elaborata dai paleontologi del gruppo di ricerca britannico Reset, tale evento avrebbe reso il clima così freddo da causare l’estinzione dell’uomo di Neanderthal. Solo di recente la comunità scientifica ha cominciato a preoccuparsi per l’imminenza di una nuova eruzione. Secondo alcuni geologi la probabilità che se ne verifichi una nei prossimi 100 anni si aggira intorno all’1 per cento: una percentuale altissima se rapportata all’elevato grado di pericolosità dell’area. L’evento, infatti, non coinvolgerebbe solo Napoli o la Campania, ma l’intera Europa.

Il caso più studiato

I Campi Flegrei sono secondi solo a un altro mostro che si cela nel cuore degli Stati Uniti. Il parco americano di Yellowstone dove è di casa l’orso Yoghi, infatti, è letteralmente “seduto” sulla più pericolosa bocca da fuoco del mondo. Il supervulcano, rilevato solo nel 1993 dai sensori all’infrarosso di un satellite della Nasa, è stato da allora oggetto di studi sempre più accurati. Una recente analisi dell’attività sismica ha consentito ai ricercatori dell’Università dello Utah, guidati dal geologo James Farrell, di scoprire che la sua camera magmatica è molto più grande di quanto si pensasse: si estende per 90 chilometri di lunghezza e 45 di larghezza e raggiunge una profondità di 10.

Secondo Michael Rampino dell’Università di New York, la sua terrificante forza esplosiva, in una scala da 1 a 8, avrebbe indice 8 e sarebbe paragonabile a mille bombe atomiche di Hiroshima per ogni secondo di eruzione. La sua ultima fase parossistica si è verificata 640.000 anni fa e ha espulso oltre 1.000 km cubi di materiale. Poiché si calcola che un evento del genere si scateni ogni 600mila anni circa, nulla esclude che il prossimo futuro riservi un’eruzione tra le più colossali che si possano verificare sulla Terra.

Conseguenze devastanti

Secondo Steve Sparks, geologo dell’università di Bristol, l’eruzione di Yellowstone provocherebbe 25 milioni di morti nella prima settima-na, l’80 per cento degli Usa verrebbe coperto da ceneri vulcaniche e il 20 diventerebbe inabitabile. Zolfo e ceneri nell’atmosfera farebbero diminuire le temperature globali di 5 o addirittura 15 °C, bloccando i monsoni asiatici e causando milioni di morti per carestia. Le varie nazioni dovrebbero attrezzarsi come per una guerra nucleare: prevedere idonei piani di evacuazione, allestire ripari e accumulare provviste di cibo. «Potremmo un giorno riuscire a sviluppare un modo per modificare la traiettoria di un asteroide», dice Sparks, «ma non saremo mai in grado di fermare l’eruzione di un supervulcano. L’unica via è il contenimento dei danni».

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