Il dramma: teatro o realtà?

il dramma

In senso lato, il dramma rappresenta un componimento letterario in prosa o in versi, destinato alla rappresentazione scenica, come: tragedia, commedia, rappresentazione sacra o profana, farsa, vaudeville, pochade e sketch. Sostanzialmente è la rappresentazione di un conflitto, che si scioglie in modo diverso a seconda che l’eroe sia avversato da forze esterne (Saul) o interne (Amleto), o si risolve benevolmente, come nella commedia, o grossolanamente, come nella farsa.

Che cos’è il dramma?

Questo conflitto si palesa non solo nelle opere teatrali, ma in tutte le arti, tanto che parliamo di drammaticità, per esempio, di certi episodi omerici o danteschi, di alcune statue di Michelangelo o anche di qualche sinfonia di Beethoven. Ma per dramma vero e proprio si intende la rappresentazione scenica di un conflitto, espresso dialogicamente; in questa rappresentazione, l’autore lascia parlare agire i personaggi senza ch’egli intervenga direttamente, o, se interviene e commenta i fatti, lo fa attraverso il coro (tragedia greca e manzoniana) o attraverso qualche annunciatore (sacre rappresentazioni medievali).

In senso piú ristretto il dramma si attribuisce oggi a un particolare genere teatrale sorto nel 1757 con Le fils naturel di Diderot, e propugnato nelle loro pagine critiche dallo stesso Diderot e dal Lessing, entrambi profondi pensatori, ma autori di teatro puramente occasionali. Il dramma è il frutto quindi del nuovo indirizzo spirituale settecentesco, ed è concepito dai suoi teorici come una commedia seria che si svolge non attraverso vicende straordinarie, esposte in versi che ne accentuano le fasi passionali o eroiche, ma nella prosa della parlata viva, che esponendo un fatto attendibile, sollecita su di esso la meditazione.

Il dramma da Diderot a Lessing

Elementi drammatici, frammisti al comico, s’erano già fatti sentire nella commedia del Molière, incline all’indagine psicologica. Tale indagine consente nel Settecento l’analisi dell’uomo non piú in senso astratto, ma in rapporto alle istituzioni familiari e sociali che lo fanno agire e, nel teatro del Marivaux, spunta già, di fra il fantastico e il satirico, l’elemento basilare del dramma moderno. Questa tendenza proseguita dal Destouches, ci diede la commedia lacrimosa, che nel suo patetico, nella sua intimità di sentimenti, nel suo racimolare fatti di vita quotidiana sdegnati dalla tragedia classica, accusa la presenza della classe borghese, la quale attraverso il teatro fa sentire la sua coscienza. Su questa scuola moltissimo influí il pensiero filosofico inglese, specialmente quello del Locke, da cui trassero alimento tutte le ideologie del secolo. Anche il teatro spagnolo di Lope de Vega, ossia la commedia di cappa e spada, vi ebbe la sua parte, essendo pure esso la tipica rappresentazione di una classe media. E parte rilevante vi ebbero persino i comici italiani della Comédie italienne di Parigi, che furono i migliori interpreti del teatro del Marivaux. Comunque tutti questi differenti influssi s’accentrano e trovano il vero banditore del dramma nel Diderot, non solo perché egli ne fu il pugnace teorico, ma perché in lui profonda era la coscienza borghese, la quale, nella pratica esperienza della vita che le è propria, è avversa alle esaltazioni di elementi chimerici. Negli Entretiens sur le Fils naturel e nel saggio De la poésie dramatique, egli annuncia e definisce il nuovo clima teatrale, quello del dramma, in cui l’azione deve ispirarsi alla vita, senza sfondi mitici, e in cui il personaggio deve svolgere la sua attività di cittadino, senza basarsi sul bene e sul male, se non come fattori cui sono subordinate le sue personali relazioni con gli altri uomini. Concepito in effetti come forma teatrale antiretorica, il dramma, impregnato però di battaglieri propositi enciclopedistici, non tardò a farsi retorico per eccellenza, discutendo cavillosamente mille problemi della vita sociale, agitando tesi e controtesi civili o individuali, come nella Morte civile del Giacometti o anche in piú che l’amore del D’Annunzio, che ventila i presunti diritti del suo superuomo, ossia di lui stesso. Chi vide il pericolo di questa caduta del dramma nelle strettoie sociologiche, fu lo scrittore Ephraim Lessing, che nel Settecento iniziò la moderna letteratura tedesca. Nella Hamburgische Dramaturgie, ch’è una raccolta di appunti critici, egli dichiarò che il dramma doveva avere nella letteratura dei nuovi tempi quella stessa alta funzione che anticamente aveva avuto la tragedia. Anche ispirandosi alla vita pratica, esso ha sempre la possibilità di rivelare profondi problemi dello spirito umano, svelare nuovi stati d’animo determinati da circostanze particolari, e agire insomma e imporsi come una vera tragedia classica dei tempi nostri. Ma lo stesso Lessing, messosi alla prova, non riuscì praticamente a realizzare nei suoi lavori drammatici quanto teoricamente propugnava. Prima che ciò si effettuasse doveva passare piú di un secolo, durante il quale i drammi di tutte le letterature europee si sbizzarrirono pedantescamente nei problemi più spericolati e di natura sociale, trattati con fare sostenuto dai tedeschi (Hauptmann), con una certa maliziosità satirica dai francesi (Dumas), con un languido patetismo dagli italiani (Giacosa).

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