Il ‘matematico’ Giacomo Leopardi

L'esperienza matematica di Giacomo Leopardi

Non era previsto alcun errore. L’8 febbraio 1810, alle 21, Giacomo, Carlo e Paolina risposero senza esitazione all’interrogazione pubblica prevista da Monaldo Leopardi per il semestre di studi. L’esame di matematica comprendeva esercitazioni elementari di aritmetica e di geometria lineare e piana, con quesiti del tipo: «Lucio con Scudi 213 guadagna Scudi 80; con Scudi I 60, in egual lucro, quanto guadagnerà?»; «Dato il diametro di un circolo, cercare il valore di un arco di un dato numero di gradi». I tre fratelli risposero pronti alle domande poste da Monaldo e dai precettori davanti a un pubblico di accigliati parrucconi. Ce lo mostra Mario Martone all’inizio de’ Il giovane favoloso.
Il FASCINO DELLE FUNZIONI
Forse quegli esami così impegnativi per un bambino di dodici anni, che avviava i suoi «sette anni di studio matto e disperatissimo» ( I 809- 16), ebbero un peso nello scarso approfondimento delle scienze matematiche. Ma non impedirono al Leopardi maturo di seguire il dibattito culturale intorno alla matematica, trasmesso anche su riviste letterarie a lui ben note come il Giornale Arcadico e la Biblioteca Italiana. Erano gli anni della polemica tra Augustin-Louis Cauchy e – alcuni matematici italiani, ospitata sulla biblioteca Italiana nel , 1830, relativa all’uso della teoria delle funzioni derivate di Joseph-Louis Lagrange, considerata da Cauchy incongrua e lacunosa, e da lui sostituita con i metodi della moderna analisi matematica. E soprattutto non gli impedirono di affrontare questioni ancor oggi cruciali di storia ed epistemologia della matematica, unite a uno sguardo antropologico sempre vivissimo.
LA PERFEZIONE… IMPERFETTA
Nello Zibaldone Leopardi riflette sulla «matematizzazione del mondo» prodotta dalla scienza moderna, che si contrappone alla teoria delle illusioni e alla sua concezione della poesia. La matematica è un modello perfetto di scientificità moderna, ma proprio per questo essa è la negazione dell’originaria natura umana e con i suoi sim-boli astratti e le sue regole convenzionali segna l’incomprensione della “verità” della natura. In un lungo pensiero del 29-3I gennaio 1821 la perfezione matematica viene contrapposta alla varietà della natura, che trova la sua espressione “logica” nell’«appresso a poco». La vaghezza è testimoniata dalle parole usate nei Canti, dove mancano “termini” matematici mentre troviamo “innumerabile” e “infinito”, usato ben diciannove volte nell’edizione Starita del 1835. Paradossalmente per Leopardi la perfezione matematica è una «vera imperfezione», in quanto si allontana dall’«ordine primitivo delle cose», che non è “preciso”: «La stretta precisione entra nella ragione e deriva da lei, non entrava nel piano della natura, e non si trovava nell’effetto». Ciò non toglie che Leopardi si cimenti da par suo sul tema dell’origine dei concetti aritmetici elementari, scrivendo, sempre nello Zibaldone, una traccia di storia e filosofia della matematica Senza il linguaggio — annota in un pensiero del 22 maggio 182 I — non vi sarebbe l’idea di numero determinato. «Un pastore primitivo», che poi chiamerà il pastore errante dell’Asia, non saprebbe contare tutto il suo gregge se non avesse un linguaggio e un sistema raffinato di numerazione come quello decimale.

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