La musica indiana

La musica indiana

Tutte le notizie circa la musica indiana arrivano dai libri delle preghiere e formule teologiche del periodo vedico (1500-500 a. C.), da quei manuali didattici ed esegetici detti Brahmana dettati a spiegazione dei Veda nel sec. V a. C., e dai Sutra, libri del periodo classico composti fra il 600 e il 200 a. C. come riassunti dei Brahmana. Fu dato conoscere l’iniziale scala di 5 suoni simile a quella dei Cinesi, con i quali l’India ebbe rapporti di vicinanza, e la successiva scala eptafonica, con i sette gradi a denominazione fissa (sha, ri, ga, ma, pa, dha, ni) costituenti l’ottava.

Tutto il sistema musicale si fondava sulla divisione dell’ottava in 22 sruti o inesatti quarti di tono, ossia i piú piccoli intervalli appercepibili, dall’orecchio. La varia combinazione dei 7 suoni e la particolare disposizione degli sruti nella scala davano origine a diversi modi, con i quali erano composti i canti della piú lontana età, detti raga e ragini; questi erano specie di melodie tipo sulle quali tutte le melodie dovevano modellarsi e che, appunto perciò, rammentano i nomi dell’antica Ellade.

Di questi venerandi canti, ai quali era attribuita dagli antichi origine divina, si è perduta ormai la tradizione; si sa soltanto che i principali erano 36, di cui 6 raga e 30 ragini. La notazione musicale fu dapprima basata sui tre svara o segni d’accento (acuto=svarita, grave=anudatta, medio=udatta), che indicavano, in corrispondenza alla declamazione poetica, l’inflessione della voce e la lunghezza dei suoni. Nel periodo classico il sistema di notazione fu invece alfabetico: le iniziali dei nomi delle ‘7 note (in caratteri sanscriti per il nord, e in caratteri telugu per il sud), disposte su un solo rigo, indicavano i suoni corrispondenti.

La ritmica si basava sui talas (battute), che divi-dono la melodia in frammenti proporzionali e che sono perciò alla musica quello che il metro è alla poesia. L’unità di tempo è il mdtra, che può essere moltiplicato e diminuito, ossia valere piú tempi o frazioni di essi. La musica indiana non fa uso di chiavi. In epoca piú recente la scala indiana eptafonica si avvicinò a quella arabica, dividendo l’ottava in 12 semitoni. Di ciò è detto nei trattati posteriori al 1200 dell’era volgare.

Per esprimere questa scala cromatica (che per molti aspetti somiglia a quella occidentale, salvo la differenza fra toni grandi e piccoli dovuta alla differente quantità di sruti attribuiti all’uno o all’altro intervallo) vennero in uso i segni d’alterazione: diesis (tivrasuras) e bemolle (koma-la-suras) posti nella scrittura sopra le note e accanto al segno del màtra. Mediante la scala di 12 semitoni e con un’ingegnosa trasposizione dei gradi, gli Indiani sono giunti ad avere una quantità non indifferente di modi, in numero maggiore o minore secondo le varie contrade dell’India. Nella parte meridionale del Paese, questi sono 72 e sono formati con strane successioni d’intervalli che non possono reggere ad un’analisi scientifica. Il carattere fondamentale della espressione musicale indiana — senza distinzione di musica del nord e di musica del sud — è la sola linea melodfap, semplice ed espressiva; sono ignorate le sovrapposizioni armoniche e le combinazioni polifonichi, mentre domina sovrano l’elemento ritmico. Fin dall’età piú remota erano coltivati i generi vocale e strumentale, tanto separatamente che fusi insieme.

Già dai Rig Veda si hanno notizie di canti accompagnati da strumenti nei banchetti e nei riti funebri. Il genere vocale veniva usato specialmente nella liturgia: i canti erano genericamente chiamati ganas; le melodie dei saman (specie di cantilene con refrain in coro) potevano ricevere indifferentemente questo o quel testo di salmodia a voce alta ed arricchirsi di sillabe esclamative o allelujatiche (stobhas); queste formule sacre passarono poi alla storia col nome di jatis sempre mantenendo il carattere religioso. I raga, melodie-tipo di carattere profano, potevano subire innumerevoli variazioni, e se ne contano migliaia di esempi lungo e dopo il Medioevo. La musica strumentale appariva raramente sola, piú spesso unita al canto e alla danza, specialmente nell’espressione del teatro dove entrava in fun-zione complessiva, come presso i Greci, con la recitazione, il canto e la danza. Gli strumenti a percussione (tamburi e timpani di molte varietà) tenevano il primo posto. Si conoscono inoltre il nddi (flauto a zufolo), il basaree (sottile flauto da naso), la balcura (tromba guerriera); molti e ingegnosi gli strumenti a corda, suonati a pizzico e a plettro.

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