L’ibernazione umana per coltivare il sogno di vivere in eterno

L'ibernazione per vivere in eterno

Un miliardario russo ha finanziato un fantascientifico progetto per trasferire tutti i dati contenuti nella nostra mente in un robot e farci vivere in eterno. Non è il solo a coltivare questo sogno: anche la scienza cerca nel sangue e nelle cellule staminali il segreto della linga vita.

Entro il 2045potremo diventare immortali. Ne è convinto l’imprenditore (e miliardario) russo Dmitry Itskov, al punto che ha dato vita al progetto 2045 Initiative, avvalendosi della collaborazione di decine di scienziati, futurologi e transumanisti che credono nella tecnologia come mezzo per migliorare la condizione umana. Obiettivo: creare un robot, o meglio un avatar, su cui trasferire le nostre conoscenze e la nostra personalità.

Il procedimento è chiamato mind uploading, che significa letteralmente “caricamento della mente su un supporto digitale“. Il piano ha una tabella di marcia precisa: entro il 2020 sarà realizzata una copia robotica del corpo umano, i cui movimenti potranno essere controllati con il pensiero. Questa tecnologia, chiamata Bci o interfaccia neurale, è già stata utilizzata dai ricercatori della Duke University (Stati Uniti) per realizzare sedie robotiche utili a persone con gravi disabilità, che possono controllarle grazie alle onde cerebrali. Il robot-copia sfrutterà lo stesso sistema di controllo: un dispositivo raccoglierà i comandi trasmessi dal cervello e lo farà muovere. Entro il 2045 sarà creato anche un congegno in grado di assimilare le nostre conoscenze e la nostra personalità, per poi trasmettere tutto al nostro avatar.

Passo finale: il robot sarà una copia esatta di noi e potrà vivere in eterno. Il progetto ha destato molti dubbi e suscitato controversie e questioni etiche (anche pratiche, come per esempio il problema della sovrappopolazione del mondo), ma diversi scienziati, come si può vedere consultando il sito dell’iniziativa, 2045.com, ci credono e continuano nelle ricerche per raggiungere l’immortalità.

Istruzioni su Internet

Anche i ricercatori del progetto LifeNaut stanno cercando di portare avanti un sistema di archiviazione della conoscenza e della personalità che consenta di trasferire ciò che siamo, ciò che pensiamo, quello che sappiamo, il nostro carattere, i nostri valori, su un supporto digitale: una specie di database del nostro cervello che, in futuro, potrebbe essere trasferito su un corpo robotico. La convenienza? Possiamo crearci il nostro avatar cerebrale da soli attraverso un protocollo preciso da seguire su www.lifenaut.com: test sulla personalità, caricamento di dati personali, biografia, immagini e tutto quello che può servire per creare il nostro alter ego digitale.

In più, il dispositivo studia le espressioni facciali, i modi di dire utilizzati e l’atteggiamento per ricreare un clone in tutto e per tutto identico a noi. Se invece ci si vuole cimentare con un esperimento cli più lunga durata, CyBeRev propone un percorso di circa 5 anni al quale bisogna dedicare almeno un’ora al giorno: vengono poste migliaia di domande per capire come la si pensa su politica, morale, religione, ciò che piace e ciò che si disprezza, per creare una copia digitale della personalità il più fedele possibile al soggetto in questione.

Per rendere ancora più immediata la raccolta dati, ci si può affidare ad app come Lifeloggen che in tempo reale registra con micro camere tutti i ricordi, li cataloga in base al processo di analisi (rileva i volti, i luoghi) e li immagazzina in un archivio, pronto per essere trasferito nella memoria digitale. Dopo la raccolta dati, avviene la trasmissione al robot umanoide: il processo si chiama whole braindation e consiste nel trasferire i dati dal supporto di archiviazione alla memoria digitale del nostro avatar. Uno dei sostenitori della pratica è l’ingegnere e futurologo cli Google Ray Kurzweil: «Entro il 2030 il cervello potrà connettersi a una nuvola di archiviazione, un po’ come gli smartphone che raccolgono i dati nel cloud. Minuscoli nano robot saranno collegati al nostro cervello pronti a immagazzinare tutti i dati che ci passano per la testa e a trasferirli in altri involucri».

Azzardato? Forse, ma l’interesse c’è, considerando le ricerche in atto per capire come funziona il cervello. Un esempio? Human Brain Project, un piano europeo colossale, finanziato con 1 miliardo e 200 milioni di euro, che ha l’obiettivo di comprendere al meglio il funzionamento del cervello.

Ci sveglieremo tra cent’anni

E non è tutto. Con circa 200mila euro possiamo sperare di risvegliarci a distanza di decenni. Attraverso la crionica, il corpo viene conservato nell’azoto liquido a una temperatura di circa meno 200 gradi. Nonostante «la possibilità di ibernarsi nell’attesa di risvegliarsi un giorno appartenga più alla fantascienza che alla scienza», come specifica Nicola Ferrara, presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, esistono strutture che offrono il servizio, come la statunitense Alcor Life Extention Founclation, che conserva i corpi ibernati di quasi 200 persone.

La procedura è semplice, ma bisogna agire più in fretta possibile per non compromettere la potenziale efficacia del trattamento. Il sangue e i liquidi vengono drenati e al loro posto vengono iniettati crioprotettori che preservano le cellule dei tessuti, come una sorta di antigelo. Poi il corpo è posizionato in un cilindro di acciaio e sottoposto alla diminuzione progressiva della temperatura fino a raggiungere in qualche giorno meno 196 gradi centigradi. Si può anche decidere di conservare solo il cervello (con circa 80mila euro). Il personaggio più famoso che si è sottoposto alla procedura è il giocatore di baseball Ted Williams nel 2002. Il suo corpo e la sua testa sono conservati, separatamente, nei cilindri refrigeranti della Alcor. Questa opzione è disponibile anche in Russia: la KrioRus è la prima clinica per la conservazione del corpo e del cervello in Europa e conta oltre 40 corpi conservati. Con circa 30mila euro ci si può far ibernare (10mila solo il cervello).

Cellule “bambine”

Che cosa sta facendo la scienza per prolungare la vita umana? «Al momento non ci sono tecniche disponibili finalizzate a invertire il processo di senescenza cellulare», afferma il gerontologo Nicola Ferrara. «Tuttavia, un passo avanti è stato fatto con la scoperta che alcune cellule differenziate sono in grado di perdere la loro specializzazione tornando a uno stato indifferenziato». In pratica, le cellule che servono a costruire il nostro organismo si differenziano poco dopo la nascita: alcune serviranno a costruire il tessuto muscolare, altre il sistema cerebrale e così via. Ogni cellula ha quindi la sua specializzazione ed è usata per uno scopo specifico.

Cosa insegnano i centenari

Oggi in Italia si stima che esistano circa ventimila centenari e il numero è destinato a crescere in maniera esponenziale nei prossimi decenni. In Olanda, Hendrikje van Andel, una donna nata nel 1890 e morta all’età di 115 anni nel 2005, ha deciso di donare il suo corpo alla scienza, in modo che gli esperti potessero studiare il segreto della sua longevità. Vediamo che cosa hanno scoperto: quando veniamo al mondo, il nostro corpo ha circa 20mila cellule staminali del sangue, di cui circa mille attive pronte a rigenerarsi.

A causa dell’invecchiamento, le cellule si “consumano” e il ricambio diventa, con l’età, sempre meno frequente. Dopo le analisi, si è scoperto che in effetti solo due cellule staminali erano sopravvissute nel corpo della donna: dopo tanti anni le cellule si erano consumate. Da qui l’idea: reinffindere in età avanzata le cellule staminali prelevate da giovani, cioè quando non hanno ancora subito mutazioni e usura.

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