Steve Jobs, il genio abbandonato

Stay hungry, stay foolish. È la frase simbolo di Steve Jobs (1955-2011) pronunciata nel 2005 durante un discorso agli studenti dell’Università di Stanford (Usa): «Siate affamati e folli». È così che lui è sempre stato, diventando il simbolo del progresso e dando vita a un marchio, Apple, che vale a Wall Street oltre 700 miliardi di di dollari.

Per tanti è un mito da idolatrare, per altri è stato un personaggio scorbutico e presuntuoso. Se vi sembra impossibile, guardate il film SteveJobs, uscito nelle sale a fine gennaio, diretto dal regista Danny Boyle. Ma Jobs era davvero così sgradevole come appare in buona arte del film? La sceneggiatura prende spunto dalla biografia scritta da Walter Isaacson nel 2011 e mette in scena il fondatore di Apple in tre precisi momenti: nel 1984, quando presenta il computer Mac, nel 1988 quando crea il cubo-computer NexT e nel 1998 quando lancia l’iMac.

Alcune inesattezze

Un perfezionista con l’ossessione del controllo e convinto di essere onnipotente, così Jobs appare nel film: secondo Lauren Powell, sua moglie, che si è battuta per impedire l’uscita della pellicola, contattando gli attori scelti inizialmente come protagonisti (Leonardo Di Caprio e Christian Baie) per invitarli a rifiutare la parte (poi assegnata a Michael Fassbender), ci sono invece parecchie inesattezze. La pensava così anche il collega Steve Wozniak (co-fondatore di Apple), ingaggiato come consulente per la realizzazione del film per circa 180mila euro, che ha affermato che il risultato finale non era aderente alla realtà. Per esempio, la scena iniziale, quando Jobs si ostina a voler far dire “ciao” al primo Macintosh e per un errore dell’ultimo minuto pare non riuscire, è pura finzione. Anche la riconciliazione con John Sculley, amministratore delegato di Apple, non è mai avvenuta: i due non si rivolgono parola dal 1985, quando il Mac non ottiene i successi sperati e Sculley decide di farlo fuori. Jobs crea allora NeXT computer, con un sistema operativo di altissimo livello, tanto che la Apple, in crisi negli anni Novanta, decide di acquistare la società per circa 400 milioni di dollari. Anche le previsioni di vendita dell’iMac del 1998 secondo le quali Jobs sarebbe diventato miliardario non sono esatte: in realtà la sua fortuna economica arriva nel 2006, quando vende alla Disney la Pixar, la sua casa di produzione cinematografica con la quale realizza successi planetari come Toy Story, Alla ricerca di Nemo e up.

Abbandonato. Scelto. Speciale I genitori naturali sono due giovani studenti universitari, Joanne Schieble, di origine tedesca, e il siriano Abdulfattah Jandali, che decidono di dare in adozione il loro bambino, Steven Paul, nato nel 1955. La scelta ricade su Clara e Paul Jobs, lei contabile e lui meccanico, a una condizione: il piccolo deve essere educato e frequentare il college. Steve Jobs ha sempre saputo di essere stato adottato: «Rammentava benissimo il giorno in cui, a sei o sette anni, aveva confidato il suo segreto a una bambina e lei gli aveva risposto “Allora vuol dire che i tuoi veri genitori non ti volevano?”», racconta Isaacson. «Tornò a casa in lacrime e i genitori gli dissero: noi abbiamo scelto te tra tutti. Abbandonato. Scelto. Speciale. Quei concetti diventarono parte di lui». Questo trauma sarebbe all’origine della sua mania di controllo su tutto e della difficoltà ad accettare situazioni indipendenti dalla sua volontà (per esempio, la nascita della figlia). Anche il caratteraccio, che il regista ha messo in evidenza in svariati momenti del film, sembra trovare conferma nelle parole del collega Andy Hertzfeld: «Il problema di Steve è che non riesce a trattenersi dall’essere studiatamente crudele con alcune persone; non riesce a trattenersi dal fare loro del male. Credo si comporti così perché è stato abbandonato alla nascita, che è il vero problema alla base di tutta la sua vira». Tutte teorie respinte da Jobs: secondo lui, la sua adozione lo faceva” sentire speciale e non abbandonato.

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