Un anno alle Hawaii prima di andare su Marte

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Vivere alle Hawaii come su Marte: è a Oahu, la più grande di queste vulcaniche isole del Pacifico che si trova l’ambiente più simile a quello del pianeta rosso. «Ce lo hanno rivelato», precisa il geologo americano David Bish, «i dati raccolti dal rover Curiosily, che è al lavoro su Marte fin dal 2012. A livello mineralogico, il suolo del pianeta è di tipo basaltico con notevoli quantità di polveri prodotte dall’erosione operata dal vento, esattamente come accade lungo i versanti del vulcano Mauna Loa».

È questa una delle ragioni che hanno indotto la Nasa a scegliere questo luogo per realizzare Hi-Seas, un programma che si propone di studiare gli effetti psicologici cli una futura spedizione umana su Marte. Si tratta di una serie di missioni durante le quali sei persone, ricercatori e cavie al tempo stesso, avranno l’arduo compito di sperimentare nell’arco di un anno le difficoltà di una convivenza forzata in assenza di aria e cibi freschi e, soprattutto, nell’assoluta mancanza di privacy.

La squadra ideale

Gestito dall’Università delle Hawaii, Hi-Seas si configura come il più lungo esperimento di isolamento condotto negli Stati Uniti. L’obiettivo è capire quali fattori contribuiscano alla formazione di una squadra ideale, cioè capace di raggiungere e mantenere il delicato equilibrio dei rapporti personali senza che insorgano insofferenze o conflitti caratteriali: condizioni essenziali per permettere ai futuri astronauti di rimanere efficienti e concentrati anche quando la monotonia dell’ambiente, la malinconia o la consapevolezza di trovarsi a centinaia di milioni di chilometri dal pianeta natio faranno sentire il loro peso.

Viaggio e permanenza sul Pianeta rosso, infatti, richiederanno molto più tempo di quello che gli esseri umani in genere trascorrono nello spazio a bordo della Stazione spaziale: Un’impresa del genere, secondo la Nasa, richiederà dai due ai tre anni da trascorrere in spazi ridotti: il mezzo di trasporto prima, la base marziana poi. Alle Hawaii si cerca di ricreare questa situazione confinando i partecipanti all’esperimento in unico ambiente chiuso, monitorato ventiquattr’ore al giorno. Sensori biometrici indossati tengono sotto controllo la qualità del sonno e i vari tipi di attività per verificare l’insorgere di stati di stress.

Un mini-appartamento per sei

L’attuale equipaggio è formato dal francese Cyprien Verseux, astrobiologo, dalla tedesca Christiane Heinicke, fisico, e da quattro americani: l’architetto Tristan Bassingthwaighte, l’agronoma Carmel Johnston, il pilota Andrzej Stewart, la dottoressa e giornalista Sheyna Gifford che curerà la salute dei compagni di avventura. La loro “casa”, una cupola geodetica di 11 metri di diametro e 6 di altezza, si trova a 2.400 metri di quota, in un territorio completamente privo di vegetazione e di forme di vita. Strutturata su due livelli, ospita al primo piano una stazione di lavoro, una cucina, una stanza da pranzo, un piccolo magazzino e un bagno.

Al piano superiore si trovano sei mini stanze da letto e un secondo bagno, oltre a una piccola palestra con cyclette. Dall’unica finestra, un oblò di 30 centimetri di diametro, si può ammirare il profilo del vulcano spento Mauna Kea, sulla cui vetta sorgono alcuni dei più grandi telescopi del mondo. Nell’habitat non si respira mai aria nuova, ma quella continuamente riciclata dall’impianto alimentato dai pannelli solari che forniscono tutta l’energia disponibile. Neanche il cibo è particolarmente appetitoso, visto che carne e verdura sono liofilizzate, il formaggio è in polvere e la frutta è quella secca. Ogni persona, poi, ha a disposizione otto litri di acqua al giorno, che deve utilizzare per fare fronte a tutte le esigenze della vita quotidiana: dissetarsi e cucinare, ma anche lavarsi, fare il bucato, pulire gli spazi di propria competenza. Anche le comunicazioni con il mondo esterno non sono semplici e possono avvenire solo via email. Ogni messaggio in entrata e in uscita dalla cupola è ritardato di 20 minuti per simulare la distanza fra Terra e Marte.

A spasso con la tuta

Per rendere le missioni il più realistiche possibile, i membri dell’equipaggio possono uscire dalla cupola attraverso una camera stagna simulata solo infagottati in pesanti tute spaziali. Queste “escursioni” comportano esplorazioni geologiche del territorio come quelle condotte durante le missioni Apollo sulla Luna. Come nel caso degli astronauti sulla Stazione spaziale internazionale, i componenti di Hi-Seas impiegheranno buona parte del tempo a condurre ricerche nel loro campo di interesse. «Io, per esempio», ha raccontato l’astrobiologo Verseux, «studierò come sfruttare le risorse marziane per produrre l’ossigeno e le piante necessarie alla sopravvivenza». Bassingthwaighte, invece, si dedicherà a studiare soluzioni architettoniche per creare ambienti abitabili di tipo innovativo in modo da aumentare la capacità dell’uomo cli vivere in situazioni estreme sia sulla Terra sia in altri mondi.

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